03 Luglio 2008

Ci sono belle storie, o anche brutte perché no, che hanno un loro inizio ed anche una loro fine. Anche la mia avventura a Radiogiovani si va a concludere, precisamente venerdì 4 luglio 2008.
Due anni precisi vissuti insieme a voi da quando iniziammo le dirette ossia nei primi giorni di giugno 2006, in contemporanea con i Mondiali di Calcio vinti dall'Italia.
Avremo portato fortuna? Mi piace pensare di sì, un pò come l'abbiamo portata a tutti gli studenti che hanno preparato un esame universitario o di maturità ascoltandoci.
Chi infatti ci seguiva mentre stava sui libri aperti ha sempre preso bei voti, e tutti coloro che lo hanno sperimentato lo possono anche testimoniare.
E' un'avventura nata dal nulla o quasi, con un software ed un pc tutto da riempire di file, info e molto altro lavoro oscuro, come quello ad esempio di comprare anche le apparecchiature per andare in voce (mixer, microfoni e cuffie, cavi, ecc).
Tutto questo è stato un impegno che ho portato avanti con piacere: compilazione di playlist, coordinamento con gli speaker, acquisizione di nuovi brani, gestione del blog e molto altro ancora tra cui la cosa più importante: L'ANDARE IN VOCE.
In questo lungo periodo trascorso insieme ho conosciuto molte nuove persone, alcune di queste veramente simpartiche e propositive, altre (per fortuna poche) abbastanza inutili visto che contattavano solo per offendere. Ma la stupidità è un pò ovunque e non può mancare anche all'interno della community di Giovani.
Dicevo però che ho conosciuto soprattutto belle persone alcune delle quali sono diventate speaker di questa radio per un anno.
Certo, ci potevano essere anche per questa stagione, ma non sono stato di sicuro io ad optare per un restringimento (tra l'altro poco efficace) delle persone in voce.
Chiara Badvenus, Lilka, Rachelbzzz, Zederella (con Mammazederella), i Tre Belli Porelli, Bennaker, Silvia la Streghetta con i suoi oroscopi, sono tutte persone che hanno caratterizzato insieme a me le dirette di Radiogiovani (alcune di queste le potete ancora riascoltare in podcast), un ringraziamento forte per l'impegno, sicuro che questa esperienza è stata utile anche per loro.
Ma, appunto, ogni storia ha la sua conclusione ed allora al vostro dj Gianluca non rimane che mandarvi un forte abbraccio e bacio (quello però solo alle ascoltatrici) ed augurarvi di ascoltare sempre GRANDE MUSICA, quella che vi stimola le emozioni e la curiosità.
Ciao GIANLUCA
19 Giugno 2008

In occasione del loro arrivo in Italia, MusicZone.it e Radiogiovani ti regalano due biglietti per andare a vedere gratis i Negative Approach, la storica formazione hardcore punk di Detroit che suonerà il 27 giugno al Music Drome di Milano. Come fare per mettersi “in tasca” il biglietto per i Negative Approach? Basta sintonizzarsi lunedì 23 giugno, alle ore 16, sulle frequenze web Radiogiovani.it e nel corso della diretta potrai mostrare la tua competenza (e velocità) sui Negative Approach.
Ascolta Radiogiovani e vinci i Negative Approach
09 Giugno 2008

Nuova settimana e nuovi nomi per le nostre rubriche all'interno della diretta quotidiana che va dalle ore 16 alle 18. 1)Il Minispecial (ogni martedì), ossia l'approfondimento della storia e della carriera di una band in particolare 2) il Disco della Settimana, dove quotidianamente si ascolta un estratto diverso dal disco di un gruppo o artista meritevole di approfondimento Per la settimana che va da lunedì 9 giugno a domenica 15 giugno ci sono: MINISPECIAL 10 giugno: Oasis (a cura di Badvenus) Per ascoltare i vecchi minispecial clicca qui Disco della settimana: Devotchka "A mad..." Mi raccomando!! Segnalateci gruppi che vorreste ascoltare nella nostra radio e che non sono presenti nel nostro archivio. Se sono suoni attinenti al nostro tipo di programmazione farò il possibile per accontentarvi.

Radiogiovani.it è mediapartner della festa organizzata dalla rivista Ubix ed annunciata per il 15 giugno alla Stazione Birra di Roma, evento in cui si potranno gustare dal vivo validi cantautori e band più o meno note. Sarà dunque questo un buon appuntamento per ascoltare dell'ottima musica e per incontrare i lettori della rivista e gli ascoltatori della nostra webradio. UBIX un free press
di musica e cultura giovanile, una realtà operosa che oramai
da due anni occupa un posto preminente nella realtà mediatica
della capitale. Siamo distribuiti in 10.000 copie cartacee e dal
nostro website e myspace (con più di 10.000 utenti registrati)
è scaricabile il pdf online di tutti i nostri numeri presenti
ed arretrati.
15 Maggio 2008

Recensione pubblicata su Giovani.it
“Il secondo album è quello più difficile nella
carriera di un artista”, così recitava Caparezza nel
suo fortunato “Verità
Supposte”, il disco della consacrazione
trainato dal singolo tormentone “Sono fuori dal
tunnel” na na na. Nel frattempo il riccioluto Molfettano ha fatto poker, quattro
lavori che sono sempre un dito puntato contro le
imbecillità, i malaffari, il costume corrotto di
questa povera e sgangherata Italietta in cui il modello vincente
è il super macho, la soubrettina e tanti giovani il cui
unico scopo nella vita è l'apparire, schiavi della
lettura dei propri myspace, blog e chat piuttosto che dei libri. Ma come ormai ci ha abitutato da tempo, lo
“j'accuse” di Capa gioca con l'ironia, le frasi
ad effetto che sono costruite anche con una forma e contenuto
intelligente quanto spassoso, proprio come la sua musica che
assolutamente non si può circoscrivere al solo recinto del
rap. Infatti.
anche in questo nuovo “Le dimensioni del mio
caos” il rock gioca la sua preponderante parte con
chitarre belle massicce quando c'è da rinvigorire
l'arrabbiatura presente in un testo o verso, ma si utilizzano anche
marcette, elettronica, pop spumeggiante sempre caratterizzata da suoni
molto minuziosi. La lingua poi è un continuo fiume in piena ma sempre ben in contatto con il cervello che ha ideato la storia di
due personaggi quali Ilaria Condizionata e Luigi Delle
Bicocche, protagonisti che sono lo specchio di questi tempi
bui in cui il sorriso si sposa con una risata amara. Ilaria è una sessantottina che, risucchiata in un vortice
spazio temporale causato dalla scarica elettrica della chitarra di Jimi Hendrix che la stava distruggendo in uno dei suoi famosi concerti, si ritrova
proiettata velocemente nei nostri giorni. E subito quei valori di pace
e libertà, in verità assai
“modaioli” all'epoca per una buona parte dei suoi
manifestanti, vengono del tutto annichiliti dai piaceri artificiali del
telefonino e di tutta la tecnologia e falso benessere che caratterizza
l'attualità. L'altro
primo attore è Luigi Delle Bicocche, operaio
(cassaintegrato) che è lo specchio del'altra
Italia, di quella che non dorme la notte preoccupata per le spese costanti a cui è sottoposta mentre in tasca non entra nulla
poiché magari non si ha nemmeno più
lavoro. Ed ancora la polemica è contro la cultura del
“super uomo” in cui si è
veramente qualcuno solo se si ha il Suv, si guarda l'altro in cagnesco,
se si maltratta in vari modi la compagna. Per l'artista pugliese il vero uomo è colui che sa
lavare anche i piatti. Probabilmente qualche critico saccente indicherà questo
nuovo lavoro come una versione serie b di Elio e le Storie Tese,
senza scomodare addirittura Frank Zappa, ma
probabilmente qui non servono proprio confronti perché
Caparezza fa stile a sé e di questi tempi è una
grande, grandissima cosa.
06 Maggio 2008

Recensione pubblicata su Giovani.it
Chi è stato fan dei Portishead ha
dovuto penare e non poco. Gli anni '90 musicali si ricorderanno per il grunge ma anche per il
trip hop, la risposta più importante inglese (assieme al
brit pop) alle schitarrate hard rock di matrice statunitense che ebbero
come massimi artefici i Nirvana. Ebbene i Portishead, assieme a Massive Attack e
Tricky, sono
stati i portabandiera di un suono notturno, figlio delle dinamiche
ritmiche dell'hip hop ma reso scuro da cinematografiche atmosfere wave
noir e passione soul Se i compagni di sound appena citati hanno portato avanti la loro
carriera con alterni risultati ma sempre con grande successo di
pubblico, i Portishead sono autenticamente spariti dalla
circolazione pur non dichiarando mai di essersi sciolti, anzi
annunciando una tantum negli anni come fossero in pieno lavoro per il
ritorno che, effettivamente, si è fatto attendere per oltre
un decennio. Ma chi
ha ancora nella memoria e nel cuore le malinconie languide dell'album
“Dummy” o di singoli di successo come
“Glory Box”, si metta l'anima in pace
perché quella storia è conclusa, o
meglio prosegue ma con risorse del tutto nuove. “Third” è infatti un
disco elegante, raffinato ma anche non propenso ai facili ascolti. Chi
si vuole approcciare con serietà al disco infatti deve
immergersi in atmosfere soffocanti, morbose ed in alcuni casi nemmeno
troppo accessibili. L'unico legame che rimane con il fulgido passato è
il cantato di Beth Gibbons che è sempre drammatico
e teso come se le guance siano costantemente rigate da amare lacrime. E' però il contorno a mutare, infatti il lato percussivo
diviene più marziale, synth-campionatori e tastiere aprono
le porte più buie della psiche utilizzando come grimaldello
scarne note di chitarra, incisiva nei suoi più accentuati
accordi. I
Portishead tentano di equilibrare il loro classico
mood melodico e melanconico con sperimentazioni musicali più
ardite ed il risultato riesce appieno senza risultare forzato
o pretenzioso. Il singolo “Machine gun” è l'emblema di
questa nuova direzione artistica, anzi vuole sin da subito tenere
lontani i nostalgici “modaioli” utilizzando uno dei
brani più stranianti dell'intero cd; chi supera l'esame
allora potrà assaporare appieno la sostanza dell'intero
lavoro.
29 Aprile 2008

Recensione pubblicata su Giovani.it
Quale è il gruppo inglese tra i più in voga al momento
in patria ma anche oltreconfine? Se tra le risposte si è pensato come principali gli Arctic Monkeys,
l'intuizione è giusta poiché il quartetto di
Sheffield, con soli due album ed un'età media che si aggira
sui 22 anni, ha dato ampia dimostrazione di saper scrivere
ottimi brani dall'impatto chitarristico potente, dalle
melodie fulminanti ed il tutto arricchito da un'agile tecnica sugli
strumenti come dimostrato ampiamente anche dal vivo. Sono ancora pochi anni di attività per loro e comunque molto
intensi con già vari tour in giro per il mondo. Ipoteticamente, dopo tutto questo correre da una parte all'altra del
mondo senza stop, viene da pensare che al termine ci si voglia
riposare, magari strimpellando qualcosa di nuovo con i propri compagni
nelle proprie case. Chissà
forse l'idea di Alex Turner, il cantante e
chitarrista degli Arctic, era proprio questa qui, ossia buttare
giù qualche canzone con il suo amico Miles Jane dei The Rascals e registrare qualcosa privatamente giusto per vedere
cosa poteva venire fuori. Ma forse la realtà è andata oltre ogni
aspettativa, oppure magari era già tutto calcolato. In verità non è dato sapere come sono nati
realmente i Last Shadow Puppets,
ma di certo quello che ne è venuto fuori è uno
splendido disco ricco di sorprese molto lontano
dall'“elettrico” approccio della band d'origine. Con “The age of understatement” il duo infatti percorre in lungo e largo il pop dei sixties che spazia
da Scott Walker ai Beach Boys più psichedelici, Lee Hazelwood (colui
che scrisse “Some velvet morning” tempo fa ripresa
anche dai Primal Scream), fino ad arrivare ad ambientazioni
cinematografiche quasi da “Spaghetti Western”
affini al maestro Ennio Morricone. Il
gruppo dimostra come, seppur giovanissimo, abbia ben assimilato la
lezione di quegli anni proponendola però non con una forma
nostalgica ma con una verve del tutto contemporanea e che ha anche
l'enorme merito di far avvicinare anche nuove generazioni ad un periodo
storico musicale di quaranta anni fa che ha molto da rivelare. Il disco inoltre ha un impianto orchestrale e la
sezione archi è quella della London Metropolitan Orchestra
diretta da Owen Pallett, artista canadese già collaboratore
degli Arcade Fire e
che incide i propri dischi dietro la sigla Final Fantasy. Questo suono corposo dà enorme enfasi alle canzoni,
registrate in uno studio francese nei pressi di Nantes, un luogo che, a
detta degli stessi musicisti, ha regalato i giusti input sia
a livello di relax che di ispirazione.
21 Aprile 2008
 Recensione pubblicata su Giovani.it
In un'epoca come la nostra in cui l'immagine è tutto e conta più di altro, osservare l'aspetto e la storia degli Hot
Chip non può che dar sollievo al morale. Il quintetto inglese è l'antilook per eccellenza: vestiario
nerd, movimenti nerd, video nerd. E non solo, poiché il loro esordio discografico del 2003
uscì per una piccola etichetta quale la Moshi Moshi e
proponeva un piacevole pop elettronico dalla tecnologia scarna e che
impegnava tutti i suoi sforzi sulla composizione. “Coming on strong” si
rivelò un bel disco ma il loro futuro sembrava destinato ad
un apprezzamento di culto per pochi adpeti. Eppure le cose sono andate diversamente, per fortuna. A
trasformare questi ranocchietti in piccoli principi (seppur ancora
bruttarelli..) è stato James Murphy degli Lcd Soundsystem e boss dell'etichetta Dfa che, forte del successo della sua band e
degli accordi contrattuali con la Emi, ha raccomandato gli
Hot Chip al grande colosso che non si è proprio
potuto tirare indietro dal produrre e distribuire e promuovere sul
larga scala il loro secondo cd “The Warning”. L'occasione è d'oro e il gruppo si è cimentato
con una nuova prova che, pur mantenendo la vena melodica pop wave, ha
virato i propri ritmi su atmosfere più danzabili che in
alcuni casi si sono rilevate convincenti mentre in altri ancora non
completamente a fuoco. Poco male però, perché gli Hot Chip
hanno suonato molto dal vivo, sono divenuti trendy
partecipando anche a vari festival ed hanno anche avuto l'onore di
realizzare la loro personale compilation musicale denominata DjKicks e
pubblicata dalla prestigiosa label elettronica !K7, che propone questo
esperimento solo agli artisti più in voga al momento. “Made
in the dark” è ora il loro terzo
capitolo, ma la notorietà non ha dato loro troppo alla testa. Anzi, essendo dei nerd (ben inteso, in chiave postiva), hanno meglio
sfruttato l'enorme visibilità per sfornare un disco ben
equilibrato e pieno di riuscite soluzioni che fanno guadagnare loro
ancor maggior rispetto e plauso. Il lato dancefloor rimane, ma è quello al confine con la
chill out cioè con ritmi sicuramente intensi ma
non così esageratamente scatenati da invogliare
ad un frenetico ballo inarrestabile. Semmai si agita il corpo talvolta stimolato da groove più
pulsanti mentre in altri casi con beat più lenti che fanno
beatamente scuotere in maniera ondulatoria la testa e piedi. Gli Hot
Chip hanno fatto veramente centro anche perché la
loro sensibilità di scrittura si dimostra languida,
sognante ma anche amabilmente orecchiabile. Evviva gli uomini normali.
15 Aprile 2008

Si sono concluse le elezioni per la camera dei deputati e del senato e si è manifestato un totale successo del Partito delle Libertà ed una sconfitta netta della Sinistra. Quali sono le vostre riflessioni? Soddisfatti o scontenti del prossimo panorama politico e governativo che si delinea?
14 Aprile 2008

Recensione pubblicata su Giovani.it In oltre venticinque anni di onorata carriera al gruppo di Athens si possono rimproverare alcuni passi falsi e momenti in cui l'ispirazione è venuta meno, ma è innegabile che sia da lodare
la loro costante coerenza ed onestà nel rimanere fedeli
ad un proprio originale suono pop rock anche quando da indie
è divenuto mainstream e di successo internazionale. La band capitanata da Michael Stipe ha inciso album
molto belli, alcuni fondamentali, altri piacevoli ed uno veramente
brutto, il precedente “Around The Sun”
del 2004. Non erano dunque in pochi a temere di veder profilarsi
all'orizzonte l'appannarsi rapido di un mito che ha accompagnato la
vita di almeno due generazioni, paure forse fin troppo esagerate nei
confronti di chi ha comunque mantenuto sempre alta la
qualità delle proprie produzioni. Ed infatti i R.E.M. placano
subito i sudori freddi con un ritorno roboante che fa capire
le proprie intenzioni già dal titolo. “Accelerate” è
proprio uno spingere il pedale sul motore sotto forma di pedaliera con
effetti distorti che tornano a ruggire come nei bei vecchi tempi, ancor
prima del successo planetario di “Losing my
religion”. C'è una voglia di riscatto che però non passa
attraverso la rabbia ma la sincerità di una proposta che
nasce dal cuore con le inconfondibili melodie che
tornano a vibrare con positiva energia. Nemmeno
una canzone dell'album è frutto del calcolo quanto del
piacere di essere ancora i R.E.M., uno dei rari esempi di come il
successo non abbia mai montato alla testa dei loro protagonisti, e se
qualche errore c'è stato nel passato è solo
perché ognuno è umano ed è
praticamente impossibile essere perfetti sempre. Gli ultimi due anni si sono rivelati fonte di nuovi entusiasmi con il
gruppo che ha ritrovato il piacere di suonare insieme escludendo dal
proprio pensiero le ansie di un pubblico che li attendeva al varco. Il mood di “Accelerate” è
sostanzialmente rock intenso ma non manca anche
quella ballata tipica del romanticismo tutto unico della band
(ad es. “Until the day is done”) che regala eguali
emozioni con una formula che è vincente proprio nella sua
costante ripetitività.. Ed ora la gioia per il loro ritorno live non può che essere
viva.
07 Aprile 2008
 Recensione pubblicata su Giovani.it
La ancora giovane Miss Kittin è una delle reginette dei club elettronici dapprima francesi e poi internazionali. L'esordio del 2001 la portò alle luci della ribalta anche
perché al suo fianco c'era l'abile manipolatore di suoni
digitali The Hacker, che diede sostanza minimal groove alla
fanciullesca voce dell'artista facendola segnalare come uno
dei più interessanti nomi della deep house transalpina. Forse fin troppe aspettative avevano lasciato l'amaro in bocca quando
la “ragazza” tornò sulle scene con
“I Com”, album edito solo a suo nome e che
sembrò impoverito nell'ispirazione. In verità
quel disco aveva degnissimi episodi che solo in un secondo tempo sono
stati rivalutati. Tra l'altro non sono state poche le volte in cui la Miss si
è esibita nel nostro paese alternando set convincenti ad
altri più deboli che non sempre hanno soddisfatto le attese
del pubblico. Probabilmente qualche incrinatura nella mente della cantante c'era
poiché in questo nuovo ritorno si evidenzia nuova
vitalità ed una dichiarazione di intenti. Quale? Lo dice il nome dell'etichetta, Nobody's Bizzness,
da lei fondata e per la quale esce questo suo nuovo episodio. Gli affari sono di lei stessa e di nessun altro, chiaro no? Evidentemente
nel suo precedente contratto deve aver incontrato pressioni e veti
affinché lei percorresse alcune strade rispetto ad altre
magari scelte da lei . E chissà, magari c'è stato
anche qualche aspetto economico tradito che ha portato alla saturazione
del rapporto con i suoi discografici, una soluzione alla crisi ottenuta
con la creazione e la messa in proprio del personale discorso artistico
e promozionale. “Bat Box” si avvale, nella
grafica e nei video, del riuscito quanto furbo rapporto con Rob Reger,
l'ideatore del personaggio Emily The Strange, fanciulla dark affiancata
dal suo fido gattino nero che spopola nel modo della moda teenagers e
non solo. Lui ha curato la copertina con tanti pipistrelli caratterizzati dal suo
inconfondibile tratto che ben si amalgama con le tessiture sonore del
disco. Le canzoni infatti hanno melodia ma anche pulsazioni scure
che spesso divengono quasi minimal techno in episodi quali
“Pollution of mind”, che fa molto locale
underground mittleuropeo. La materia pop però non è assente ed ogni
singola canzone è un gustoso intrattenimento che
sa far muovere il corpo con la Kittin che azzecca sempre i giusti
arrangiamenti vocali più che mai accattivanti. Un ottimo affare!
31 Marzo 2008

Recensione pubblicata su Giovani.it
Adele? Chi è forse una nuova scoperta di Sanremo Giovani, X Factor
o Amici? Per fortuna no, queste tristi trasmissioni mai avrebbero ospitato tale
cantante perché ha personalità e non è
una da plasmare piattamente come avviene in queste nefaste e dannose
trasmissioni. Inoltre Adele non è nemmeno italiana bensì
inglese ed è giovanissima, solamente diciannove anni. E proprio “19” si intitola il suo primo
album, un esordio trionfante che ha guadagnato le vette delle
charts nazionali ed anche il prestigioso Brit Award come
miglior esordio. Anzi, questo premio è arrivato
ancor prima che l'album fosse nei negozi, ma la critica e la giuria vi
ha visto giusto, c'era da scommetterci sulle qualità di
questa brava interprete. In men che non si dica infatti anche tanto pubblico ne ha apprezzato le
doti anche se una buona parte di esso già la conosceva bene
grazie alla macchina Myspace. La passione per il canto nasce quando da piccola si divertiva a cantare
in casa le canzoni delle Spice Girls,
interpretazioni che hanno poi avuto evoluzioni andando a pescare nel
repertorio soul di Etta James, Jill Scott ma
anche a quello spleen rock di Jeff Buckley. La sua
famiglia intuisce le potenzialità della figliola e
saggiamente la iscrive alla Brit School, il college di Londra da cui
sono uscite quotate interpreti come Kate
Nash ed Amy Winehouse. E proprio con quest'ultima si possono spendere i paragoni per quel che
riguarda il contenuto delle sue canzoni, un soul pop malinconico e
strumentalmente scarno che vive proprio dei virtuosismi canori di Adele. Lei ama la poesia che sposa la realtà, il che si traduce a
livello di testi in racconti che riguardano l'amore nel suo
aspetto adolescenziale e della sua crescita C'è l'emozione dell'infatuarsi ma anche il dolore per una
perdita, un tradimento, per sentimenti non corrisposti. Le atmosfere sono malinconiche ma anche pregne di entsiasmo, motivate dalla grande passione dell'artista in quello che realizza, ed
un successo così improvviso appare meritato. Il disco si compone prevalentemente di ballate sottili e solo qualche
episodio, come ad esempio “My Same”, vive di
atmosfere più dinamiche che strizzano l'occhio allo swing
jazz, anche qui eseguito con brillante efficacia. Una giovane da prendere ad esempio piuttosto che quelli privi di anima
offerti dalla De Filippi & co.
25 Marzo 2008

Recensione pubblicata su Giovani.it
Il grande artista australiano lo scorso anno aveva spiazzato i fans della vecchia ed ultima ora con il progetto Grinderman, band assemblata con alcuni dei suoi Bad Seeds quali
Warren Ellis, Martyn Casey e Jim Sclavunos. Se quel
disco era marcio, distorto ed aperto
all’improvvisazione, questo lavoro mantiene lo spirito
più selvaggio di Cave che sembrava essere sepolto nei suoi
lavori di seconda metà anni’90 e primi 2000,
irruenza in parte gustata nuovamente nel precedente doppio
“Abbatoir Blues” del 2004. “Dig!!! Lazarus Dig!!!!” però non nasce da effetti distorti lasciati andare liberi ma
da una scrittura pensata in chiave acustica e da eseguire con una certa
energia, insomma un sound più pulito e regolare rispetto al
gruppo parallelo, ma che comunque mostra un Cave rinvigorito ed anche
autoironico. Si pensi al video del singolo che dà il titolo
all’album, in cui lo stempiato e baffuto musicista balla con
sguardo sornione rivolto alla telecamera raccontando di Lazzaro risorto
a New York. I suoi personaggi presi dalla storia, dalla mitologia, dalla religione,
dalla strada vivono sempre da protagonisti nei testi di Cave che ancora
una volta riesce a farsi amare intensamente.
14 Marzo 2008

Recensione pubblicata su Giovani.it
Il duo guidato dalla fascinosa statunitense VV Mosshart ed il londinese Jamie “Hotel” Hince (attuale compagno di Kate Moss) nei primi del 2000 ha fatto parte di quelle band con il suffisso The (The Strokes, The Hives, The White Stripes e molti altri ancora) che riprendevano l'approccio più scarno del rock'n'roll. Chitarra, batteria elettronica, voce principale di VV, controcanto e coro di Hotel hanno generato un sound altamente sensuale e sporco in cui rientrano appieno anche movenze sexy ed intense, evidenziate dai loro video in cui i due cantano sfiorando le proprie bocche l'un l'altro davanti al microfono. Il loro esordio “Keep On Your Mean Side” (2003) cavalcò l'onda del recupero garage '70 catturando naturalmente le attenzioni di fans e media. Invitati in numerosi festival e con un lungo tour internazionale seguente, i Kills tornarono nel 2005 con il secondo “No wow” (2005), in cui la scrittura si fece più minimalista grazie a canzoni dall'incedere molto più ripetitivo nelle sue strutture armoniche.
Una grezza melodia rimase ma nello stesso tempo si cercò di giocare con una propria vena più sperimentale in quel momento influenzata dalle creazioni ossessive di storici gruppi quali Suicide e Cabaret Voltaire, personali ascolti di quel periodo. Dopo l'ennesima serie di concerti, la band si gettò spontaneamente sulla composizione di nuovi brani dall'approccio folk ed acustico. La band le ritenne buone ma non come degno seguito per il terzo album. Ed allora ecco prendersi una giusta pausa dopo la quale VV e Hotel sono pronti per ripartire ispirandosi alla visione di un film quale “Pizza Pizza Daddio”, documentario sixties con protagonisti giovani studenti di varie scuole d'America in cui si evidenziano tutte le difficoltà sociali. In quella pellicola spesso i ragazzi intonavano canti dal mood malinconico e scuro, note che hanno aiutato Hotel nella stesura dei nuovi pezzi.
Una volta che i primi embrioni di canzoni erano formati, il musicista inglese ha ben pensato di rendere più sostenuta e “centrale” la sua batteria elettronica, convocando un esperto in tal senso come Alex Hempton, il produttore dell'artista hip hop Spank Rock. Con tutte queste basi pronte è stata l'ora di VV che con il suo cantato alla prima Pj Harvey ha definitivamente completato il terzo ritorno composto da dodici tracce. Nella prima parte del lavoro rivivono le dinamiche del primo album dal mood blues rock garage, ma qui non sempre a fuoco ed accattivante, mentre le ultime canzoni del cd si aprono a scelte più ricercate ed ardue che convincono. La struttura è sempre quella: chitarra dal riff monocorde e teso con qualche plettrata “elettrica”, cantato di VV malsanamente erotico, batteria elettronica. Ma se il titolo profetizza una esplosione, la sensazione finale non è così deflagrante poiché, nonostante i buoni intenti, la formula scelta tende a ripetere un po' troppo stancamente se stessa non lasciando un reale ed incisivo segno che faccia gridare al capolavoro.
10 Marzo 2008

Recensione pubblicata su Giovani.it
Quasi nove anni di carriera e ben quattro album all'attivo per il duo inglese dei Goldfrapp. Ma le loro produzioni non sono state mai prevedibili quanto il pubblico e critica poteva attendersi. L'esordio del 2000 “Felt Mountain” si rivelò come canto del cigno dell'intera
ubriacatura trip hop in cui erano stati maestri Portishead e Massive Attack. Ed infatti, celebrato l'addio, il gruppo nel 2003 è
tornato con una proposta decisamente più pop ed elettronica che si è trasformata in qualcosa di ancor più
ammicante e forse di dubbio gusto con l'uscita del 2003
“Super Nature”, proposta house pop caratterizzata
anche da videoclip oggettivamente “volgarotti”. Ma che nonostante tutto nel duo ci fosse ironia ed ancora
qualità vive pronte ad essere espresse lo si poteva intuire
ascoltando con attenzione i brani meno pubblicizzati di quei dischi. E quella fiducia non è stata tradita. I Goldfrapp
tornano con un album meraviglioso, in cui tutte le luci dei
danceflor ed i lustrini glam vengono spenti e spogliati per dare suono
e colore alle bellezza della natura.
“Seventh
tree” nasce infatti in un'atmosfera bucolica presso
le campagne inglesi di Bath, un luogo sereno e lontano dalla confusione
delle grandi metropoli, ed il silenzio contrapposto al
frastuono di automobili e folla si riflette anche sulle canzoni che
sono sostanzialmente delle ballate. La sempre angelica voce di Allison Goldfrapp è
più che mai libera di lanciarsi su un gioco
armonico molto esteso arrivando a prendere note alte con
facilità come solo fu capace, ed ancora rimane
inarrivata, Elizabeth Frazer dei Cocteau Twins, che si ricorda anche
per la magistrale interpretazione di “Teardrop” dei
Massive Attack. Nell'album si gode di un pop sognante in cui
l'acustico si accompagna a tappeti sonori dilatati di matrice
elettronica mai invasiva ma che anzi si accosta con gusto e ricamo al
cantato della brava singer che, oltre alla Frazer, deve molto aver
apprezzato le doti espressive della canadese Feist, altro punto di
contatto con questa nuova produzione. “Sevent three” è un cd ottimo
per meditare oppure per lasciarsi trasportare con leggerezza
e poesia tenendo lontano tutti gli stress e le preoccupazioni che la
quotidianità offre. Se poi si è in procinto di partire per qualche viaggio
in paesi dai suggestivi paesaggi, allora queste canzoni
devono essere l'obbligatoria colonna sonora.
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